Silvia Mogni | Intervista

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Silvia Mogni | Intervista

Nell’intervista di oggi vi presentiamo Silvia Mogni. Professionalmente è un architetto e osservando le sue fotografie salta subito all’occhio l’influenza che il suo lavoro ha nella composizione delle immagini.

Simmetrie, parallelismi ed equilibrio la fanno da padroni, lasciando però spazio anche ad una componente “romantica” data dall’incontro/scontro dell’uomo con la natura che lo circonda, o viceversa che dir si voglia.

Potete trovare molti altri scatti di Silvia nel suo Sito o nel suo album su Flickr, ma prima non perdetevi quello che ci ha raccontato.

Partiamo con le presentazioni…

Sono Silvia e ho 31 anni. Vivo a Genova dove lavoro come architetto in un ente pubblico. Quel che mi piace di questa occupazione è la possibilità di maturare sotto l’aspetto tecnico, cosa che era mancata quasi del tutto nelle mie precedenti esperienze di lavoro e di vita.

La fotografia nella tua vita: come e perchè? 

Ho iniziato a fotografare da un giorno all’altro nell’ultimo periodo di università. In quel periodo avevo scoperto flickr e leggevo libri di Aldo Rossi, Gianni Celati, John Berger: consideravo quindi la fotografia uno strumento un po’ magico per l’indagine e l’esplorazione del “disponibile quotidiano” (per dirla alla G. Celati) e avevo una fortissima spinta a condividere le mie immagini sulla rete per poter imparare tutto dagli altri. Finora non ho mai frequentato corsi o workshop fotografici e non me ne vanto, poiché si è sempre trattato più che altro di pigrizia.

Ho utilizzato da subito la pellicola, non perché ami particolarmente il vintage ma perché considero alcuni momenti “analogici” una delle gioie intense a cui non vorrei mai rinunciare (caricare il rullino 120 armeggiando col nastro adesivo sull’orlo di un precipizio, impiegare mezz’ora per mettere a fuoco con il telemetro finché non inizia a piovere, ecc…).

Trasferirmi per un paio d’anni nella Svizzera tedesca, dopo la laurea, mi ha dato la possibilità di lanciarmi in esplorazioni estemporanee e di conoscere alcuni aspetti -il paesaggio caratterizzato dalla perfetta e invisibile integrazione dell’elemento artificiale, la cura dei dettagli- che ora sento profondamente miei.

Al momento la fotografia rappresenta sempre meno uno strumento di indagine e sempre più il modo di stabilire un contatto con quel che vedo: dargli un po’ di me e prendere un po’ di lui.

Come descriveresti il tuo stile fotografico?

È uno stile frontale e della media distanza. Non è freddo, anzi racchiude un implicito legame affettivo nei confronti di ciò che sta davanti alla macchina fotografica; non è malinconico, anche se è sicuramente un modo tutto mio di fare un ritratto a qualche cosa che in quel momento è assente.

Senza pensarci troppo: dicci tre cose che ti piacciono.

Il colore verdeazzurro; le gite in bicicletta; a ferragosto, davanti al mare, leggere un romanzo ambientato in una foresta siberiana.

Ti andrebbe di scegliere uno dei tuoi progetti fotografici e di raccontarci come è nata l’idea e qual è stato il processo creativo che ha portato alla sua realizzazione? Scegli pure tu quale…

Il progetto è titolato “la diritta via”. Risale al 2009-2010 e le 18 fotografie in bianco e nero che lo compongono sono state scattate con una Holga dalla lente di plastica, il che conferisce alle foto una patina, per l’appunto, plasticosa. A peggiorare le cose si aggiunga il fatto che molti dei fotogrammi furono digitalizzati in modo barbaro, non con uno scanner (che non possedevo ancora) ma posandoli su un piano trasparente, illuminandoli da dietro con una lampada, scattando loro una foto il più possibile dritta con una compatta digitale e invertendo infine il colore con un programma di postproduzione (non ho mai ridigitalizzato meglio quei fotogrammi perché forse, in fondo, mi vanno ancora bene così…).

Le fotografie, scattate a Zurigo, raccontano del mio impatto con la città, anzi con i suoi bordi. A Genova, avendo sempre abitato in zona suburbana, sono sempre stata abituata ad una certa visione “sporca” e periferica delle cose: ed è quello che all’inizio ricercai anche a Zurigo -anche là abitavo in periferia- mentre iniziavo a costruirmi una quotidianità. Poi, col passare del tempo, imparai a rapportarmi alla realtà suburbana svizzera in altro modo: ma queste sono altre serie fotografiche.

“La diritta via”- clicca qui per vedere l’intero progetto.

Non puoi fare a meno di scattare una fotografia quando…

Quando, inquadrando un paesaggio attraverso il telemetro, mi accorgo che in realtà è il paesaggio che sta fissando me.

Qual è, ad oggi,  il tuo desiderio più grande in ambito professionale? 

Domanda da un milione di dollari! Non ho mai avuto la certezza di cosa avrei voluto fare nella vita e non ce l’ho tuttora. Di certo vorrei che il mio lavoro fosse utile almeno un po’ e vorrei essere sempre in condizione di fare del mio meglio. Poi, mi piacerebbe che lavorare assomigliasse a giocare, almeno un po’.

Ci suggerisci una canzone da ascoltare alla fine di questa intervista?

The Radio Dept. – Strange Things Will Happen

Ringrazio  Silvia per averci dedicato un pò del suo tempo.

SitoFlickr

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Silvia Mogni | Intervista ultima modifica: 2013-03-27T15:21:29+00:00 da Gianna
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