Francesco Margaroli | Intervista

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Francesco Margaroli | Intervista

Dopo l’ultima intervista relativa al mondo dell’illustrazione, oggi torniamo ad occuparci di fotografia e per farlo vi presentiamo Francesco Margaroli.

La fotografia è entrata nella sua vita recentemente e proprio per questo Francesco ci ha raccontato di una sua ricerca continua, del suo utilizzo della fotografia come mezzo per capire e capirsi.

Potete trovare i lavori di Francesco sul suo Portfolio, su Tumblr Margazine o infine seguendo la sua Pagina Facebook.

Ma prima ecco quello che ci ha raccontato.

Partiamo dalle presentazioni…

Sono Francesco Margaroli, ho 31 anni e sono di Genova. Cerco di fare, tra le altre cose, fotografia.

La fotografia nella tua vita: come e perchè?

Nessuna storia romantica, nessuna vecchia macchina fotografica del nonno ritrovata in cantina, non ho cominciato a 12 anni, anche se qualche usa e getta della kodak è passata tra le mie mani. È una relazione piuttosto recente, 5 anni o poco meno.

Un amico (Francesco, stesso nome, stesso quartiere, che ora fa il fotografo a Melbourne) che contribuisce a portarti sulla cattiva strada, io che compro una 400d usata incontrandomi in un centro commerciale di Milano con un filippino di 18 anni (storia vera) e da quel momento spettacolari evoluzioni, a volte a ritroso. Quasi esclusivamente autodidatta, anche se certi corsi sono serviti soprattutto per le persone che ho incontrato: Alessio ha segnato una rotta che seguo tuttora, pronunciando semplici parole come “Proviamo a mettere un rullino in quella Canon 500 di tuo padre”.

Francesco Margaroli

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Cos’è che ti spinge, in un determinato momento, a prendere in mano la macchina fotografica e a scattare?

In un’epoca di bombardamento fotografico, mi ritrovo pigro. Nel senso che nel mio taccuino scalcinato son scritte dozzine di idee e progetti, ma è come se aspettassi che tutto sia allineato per scattare e trovare il modo di interpretare la realtà. Poi come al solito mi contraddico, comincio a scattare e i dubbi e le ansie si dissolvono.

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Senza pensarci troppo: dicci tre cose che ti piacciono.

Il teatro (farlo); l’attesa di cosa può uscire da un negativo, per poi guardarlo controluce; la fisicità.

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Come descriveresti il tuo modo di fare foto, il tuo stile?

Fotograficamente sono giovane, quindi potrei dire che esiste una ricerca continua (e conoscendomi un poco, potrebbe non essere mai definitiva). Cerco di coniugare una certa estetica, perchè l’occhio vuole essere riempito, a un’interpretazione, un messaggio. La fotografia mi aiuta a capire e aiuta a capirmi.

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Cosa ti piacerebbe sperimentare in fotografia?

Penso di non potermi permettere talebanismi. Quindi cerco di essere aperto alle varie contaminazioni. È chiaro che traggo ispirazione da un’infinita varietà di fotografia, ma quello che rende più dinamico e ricco il lavoro è la contaminazione con altri ambiti : teatro, perfomance, illustrazione, letteratura.

In questo momento in cui la fruizione di una fotografia avviene quasi esclusivamente attraverso uno schermo, la sperimentazione può avvenire focalizzandosi sul processo che porta alla fotografia vera e propria. Ho collaborato con un collettivo nella costruzione di Olaf, una macchina fotografica gigante in cui si può entrare dentro, e contribuito a creare percorsi tra discipline apparentemente distanti, come la fotografia e la matematica. Mi piace pensare a come la fotografia possa ancora stupire. E l’analogico contribuisce moltissimo a questo stupore.

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Qual è, ad oggi, il tuo desiderio più grande in ambito professionale?

Viverci.

Ci suggerisci una canzone da ascoltare alla fine di questa intervista?

Questa è la domanda più difficile di tutte. Ma visto che l’intervista ha reso questa giornata piacevole, direi…

Ringrazio Francesco per averci raccontato qualcosa di sè.

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